Il Tenente Puglia

Personaggio storico che trova posto nella “Storia del Reame di Napoli” di Pietro Colletta, ma è rimasto nell’immaginario popolare come un prepotente senza scrupoli che, malvagio e sanguinario, approfittava della sua autorità, imponendo al paese qualunque angheria, finanche lo “ Jus primae noctis”. La sua morte, nelle storie popolari, è vista come la giusta punizione del tiranno.

In effetti, egli fu la vittima, insieme alla sua famiglia, non tanto della sua fede giacobina, quanto della fame di terre che spinse, per vari mesi, il popolo di Piaggine alla insubordinazione, anche dopo lo sterminio della famiglia Puglia. I suoi nemici, filoborbonici, avevano diffuso infamanti accuse nei suoi confronti; effettivamente la famiglia non godeva di una buona fama. Un decreto reale del 1749 li aveva cacciati da Laurino ed aveva intimato loro che si allontanassero almeno di trenta miglia per “ … le mali qualità e pessime indole di tutti quelli di tale famiglia, Laici ed Ecclesiastici…” “… perché avendo i Puglia dato causa ai disturbi, con il loro cervello torbido ed inquieto…”.
Puglia era senz’altro un uomo autoritario, che aveva usato tutto il suo potere per bloccare a Piaggine l’applicazione della legge 2 agosto 1806, eversiva della feudalità, che prevedeva la quotizzazione delle terre feudali. Queste, altrove, erano state concesse ai
contadini, ma non erano rimaste nelle loro mani per mancanza, da parte loro, di risorse finanziarie ed erano passate nelle mani degli aristocratici e dei borghesi, anche in barba alla legge.
A Piaggine, quelle terre non erano andate né ai contadini né ai ricchi borghesi filo borbonici (Tommasini, Vairo, Ricci) proprio per quella loro posizione politica. I contadini, per la legge 3 dicembre 1808, avevano perduto anche il diritto di pascolare le pecore su quelle terre. Puglia si era fatto, così, troppi nemici. Il paese, ancora oggi, nelle storie popolari, giustifica l’efferatezza di quel massacro, riportando le accuse infamanti diffuse dai filo borbonici e ricordando, forse, gli intrighi, i soprusi e le violenze degli antenati di Puglia, ma non sottolineandone la vera causa.

La Restaurazione borbonica non avvenne in maniera indolore, nonostante il re Ferdinando avesse promesso clemenza e perdono; i filoborbonici cercarono di coglier le loro vendette sui giacobini. Nicola Tommasini, nel giugno 1815, cercò di mettere a ferro e fuoco Laurino ma fu fermato grazie all’azione dei legionari del Tenente Gaetano Puglia e del Capitano Sangiovanni. Per vendicarsi cercò di far assassinare il Tenente da alcuni soldati sbandati di Murat, che vivevano alla macchia sulle montagne.
L’attentato fallì; Puglia, subodorato il pericolo, fuggì attraverso i campi nella sua casa di Piaggine, dove giunse leggermente ferito. Tommasini allora riunì un gruppo di malviventi a casa sua per architettare l’omicidio; diede loro l’incarico di propagare la voce che il Puglia era favorevole a nuove tasse, si opponeva alla distribuzione delle terre demaniali ai meno abbienti, continuava ad esercitare l’abrogato diritto dello “ Jus primae noctis”. Il giorno dopo, per non essere incolpato, partì per Napoli, lasciando il compito al figlio Gherardo.

Francesco Nicola De Dominicis, attentamente, narra i fatti nel suo libro “ Il 1815 e la tragedia Puglia”.
Il 5 luglio, mentre il Tenente usciva di casa, fu accerchiato da una schiera di malviventi capeggiati da Berardo Bruno, Raffaele e Pasquale Petraglia, Angelo Nigro detto Baiocco, Giuseppe Bianco, Vito Vairo, Guidone D’Alessandro, Diego Bianco, Angelo Nigro detto lo Pazzo, e Pasquale Rizzo. Angelo Nigro ( Baiocco ) e Berardo Bruno lo colpirono con due fucilate e con un terzo colpo gli schiacciarono un occhio, e credendolo morto lo lasciarono a terra. I familiari di Puglia lo raccolsero e lo portarono a casa per curarlo.
Dalla sera del 5 fino al pomeriggio del 7 luglio, gli assassini fecero in modo che si unissero a loro “ moltissimi scellerati del loro calibro ” scrive l’intendente della Provincia l'11 luglio al Ministro di Polizia. Il 7 luglio, alle ore 21,00, al suono a martello della campana della Chiesa parrocchiale - segnale convenuto - al grido “ Viva Ferdinando! Morte ai giacobini ”, la casa di Puglia fu assalita. Secondo il rapporto del Giudice di Pace di Laurino all’intendente della Provincia, i capi erano Vincenzo Di Renna, Angelo Nigro (Baiocco), Pasquale Bruno, Angelo Nigro ( lo Pazzo),Pasquale Rizzo, Guidone D’Alessandro, un tipo soprannominato “ lo Mancino”, Giuseppe Bianco e Vito Vairo. Il Tenente, con un occhio ferito e la spalla maciullata, non aveva potuto avere il soccorso di un medico. Lo assistevano i familiari : il fratello sacerdoteDon Giustino, Brigida Puglia, i due cognati Claudio Cinelli e Francesco Prinzo col figlio Rosario, ed altri parenti Gaetano e Rosalba Bruno. Dopo aver ferito i pochi Legionari a guardia della casa ed abbattuto il portone sprangato, con fucili, pugnali e scuri massacrarono tutti i parenti e ne trascinarono i corpi sulla strada, lasciandoli al ludibrio della marmaglia. Saccheggiata ed incendiata la casa, denudato il corpo del Tenente - ancora vivo - lo portarono avvolto in un lenzuolo ( fornito da Gherardo Tommasini) inzuppato d’olio nella piazza principale del paese, dove lo poggiarono su di una pira. L’infelice moglie, Maria Bruno , era stata obbligata a trasportare la legna della pira e fu costretta ad essere spettatrice del supplizio. Solo dopo fu lasciata libera. Anche le due figliolette del Puglia assistettero a quelle feroci scene.

I corpi dei parenti morti e le ossa carbonizzate rimasero, per due giorni, insepolte.

Furono il canonico Leonardo Ricci ed il sindaco Eugenio Vairo che diedero loro cristiana sepoltura nella fossa di S. Giovanni, nella chiesa parrocchiale, come dagli atti di morte della parrocchia e dello stato civile. Pietro Colletta, nella sua colorita descrizione dei fatti, dice che, oltre Puglia, tutti i parenti - vivi - furono imprigionati al centro di una catasta di legna, poi incendiata e, quando si spense, risultarono tutti morti, ma non bruciati, in varie attitudini più o meno pietose.

I colpevoli, nonostante il clima a loro favorevole della Restaurazione Borbonica, furono arrestati, e furono tutti condannati a morte dalla commissione militare di Salerno, grazie alla solerzia solo di alcuni responsabili delle Istituzioni.

Il loro avvocato si recò dal Re per chiedere la grazia, ricordando che le vittime erano giacobine e che i condannati, pur avendo alle spalle dei reati, erano stati al servizio dei Borboni. Ottenne la grazia, ma arrivò troppo tardi. Le condanne a morte erano state già eseguite a Salerno. Le teste dei giustiziati furono spedite a Piaggine dove rimasero esposte al pubblico alcuni giorni. Il Re, contrariato per la mancata applicazione della grazia, punì il Presidente del Tribunale Militare nonché i comandanti della Provincia e della Divisione. Fra i processati, il solo Benedetto Bruno fu rinviato alla Corte Speciale che giudicò poi anche i due Tommasini. Tutti e tre furono assolti, insieme a Francesco Vertullo, Domenico Domini, Pasquale Pomposiello e Felice Bruno, arrestati successivamente, solo il 7 settembre, per saccheggio della casa e concorso nelle uccisioni.

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